Formazione nell’era della digitalizzazione: necessaria la ri-organizzazione. - Coesio & Partners

L’Italia è solo al 25° posto in Europa per l’impiego di strumenti di digitalizzazione: dall’impietosa analisi del DESI oggi è doveroso riqualificarsi per competere.

 

Dall’esame della relazione DESI 2020, vale a dire l’Indice di digitalizzazione dell’economia e della società,  si rileva, l’Italia, facendo registrare un punteggio complessivo di 43,6% quanto a Connettività, vale a dire l’impiego degli strumenti di digitalizzazione (la media UE è pari al 52,6 %), è relegata a occupare la 25^ posizione rispetto ai 28 paesi europei considerati (davanti solo a Romania, Grecia e Bulgaria).Dal dettaglio delle cinque dimensioni analizzate dal DESI risulta che la nostra Nazione si colloca addirittura come ultima per quel che riguarda il Capitale umano, che fa rifermento alle competenze digitali delle persone al lavoro: risulta, infatti, che solo il 42% delle persone (tra i 16 e i 74 anni) possiede almeno competenze digitali di base (la media europea è del 58%). La situazione appare ancora meno rosea se si prendano in considerazione i dati esposti nel Rapporto sul futuro del lavoro del World Economic Forum 2020.Detto documento, infatti, evidenzia come, anche in conseguenza dei cambiamenti strutturali e organizzativi esitati dalla recente pandemia, che ha imposto un diffuso ricorso al lavoro a distanza accelerando l’uso degli strumenti digitali, il processo di affermazione della innovazione tecnologica porterà all’asseverazione di nuove professioni con estinzione di altre, producendo evidenti conseguenze di carattere economico e sociale per quei paesi che non dimostrino di essere nelle condizioni di affrontare la novità della “quarta rivoluzione” che, secondo Schwab, rappresenta un periodo al tempo stesso promettente o potenzialmente pericoloso, in grado di sconvolgere i mercati del lavoro sicchè occorrerà “… formare forza lavoro e sviluppare sistemi educativi con l’obiettivo di utilizzare o lavorare con macchine sempre più intelligenti e interconnesse.

La capacità delle aziende globali di sfruttare il potenziale di crescita dell’adozione di nuova tecnologia, tuttavia, è ostacolata dalla carenza di competenze; paradossalmente la mancanza di skills è ritenuta più alta proprio tra le professioni emergenti. Va smentito che sia ipotizzabile addestrare i dipendenti a un semplice rapporto uomo-macchina, poiché per garantire il successo del cambiamento organizzativo risulta rilevante l’orientamento ad affrontare i problemi di produttività e di benessere delle persone interessate adottando misure idonee a creare un senso di comunità, di connessione e di appartenenza tra i dipendenti. Dal WEF rimarcano la scarsa partecipazione dei dipendenti verso l’aggiornamento/addestramento, tant’è che solo il 42% delle persone al lavoro si avvale oggi di opportunità di riqualificazione e upskilling, sebbene i datori di lavoro intervistati attraverso il Future of Jobs Survey abbiano riferito che, in media, l’offerta di formazione e di aggiornamento sia stata rivolta al 62% della loro forza lavoro prevedendo entro l’anno 2025 un possibile incremento della stessa almeno nella misura dell’11%, proprio per assicurare l’adeguatezza dei servizi e la competitività delle produzioni.

E’ questo il contesto oggettivo che sostanzia la ragion d’essere il Piano Nazionale di Riprese e Resilienza, varato dall’Italia in riferimento al NextGenerationEU. Quel documento, richiamato dal PNRR, prendeva le mosse dalla considerazione che, in mancanza di visione comune verso azioni capaci di imprimere una trasformazione digitale e tecnologica al nostro Paese, risulta ineludibile la organizzazione di processi di trasformazione in modo interconnesso, capaci di agevolare “il cambiamento in maniera strutturale e creando le condizioni favorevoli affinché si generi innovazione” così da garantirne la competitività con le economie delle altre nazioni.
Ne discende la ineludibile necessità di considerare il peso della organizzazione, del ruolo della dirigenza e degli stakeholder, che influenzano e sono influenzati dalle politiche e dagli obiettivi del PNRR nella piena e incontrovertibile consapevolezza che senza un’adeguata formazione non sarà possibile dare corso produttivo alla “la rivoluzione digitale” scongiurando il rischio di avere utilizzato soltanto formule di rito – tutt’altro che magiche
Da qui la consapevolezza che per digitalizzare il nostro Paese è indispensabile investire concretamente e in grande misura in ambito formativo tenendo conto del bisogno di un’adeguata preparazione in primis dei dirigenti e dei manager ai quali compete la realizzazione delle iniziative correlate agli “obiettivi strategici”; accanto a quella formazione non si potrà trascurare pure un impegno a fare crescere conoscenze e competenze e consapevolezza dell’impegno strategico della digitalizzazione tra gli imprenditori e i quadri sindacali, che operino in relazione alla mission dei singoli pubblici uffici, atteso che essi rappresentano gli interlocutori qualificati chiamati a supportare l’innovazione senza perdere di vista il bisogno della sostenibilità ambientale e sociale,insomma per la piena efficace realizzazione della “Missione” di digitalizzare la nostra Nazione, in generale, e la pubblica amministrazione, in particolare, c’è bisogno di percorrere [dal lat. percurrĕre, der. di currĕre “correre”, col pref. per “passare attraverso un luogo” oppure “scorrere in tutta la sua lunghezza] una esperienza di formazione del tipo generativo.

Un processo di sviluppo, che esclude formule magiche o miracoli, me necessita di competenza diffusa, così da capitalizzare effetti e benefici di ritorno con attenzione massima alla “buona organizzazione”, che Butera vede caratterizzata dalle prestazioni di persone che creano situazioni di benessere e di equità, in grado di riverberarsi positivamente oltre che sui lavoratori sulla società. E come non riconoscersi nell’auspicio di questo autore, che tanto si è soffermato sulla necessità di una organizzazione non gerarchica e piramidale, tesa alla partecipazione attiva di tutte le persone al lavoro all’impiego della innovazione tecnologica ma, ancor più, di un management pronto a fare buon uso della innovazione rispetto alle persone che lavorano[1 secondo finalità in grado di riconoscere e rispettare le “persone integrali”; ossia quelle che secondo Maritain godano di una solida integrità del sé e, consapevoli di partecipare ad una competizione sfidante, siano capaci di apportare il proprio contributo nel mondo del lavoro e nel sociale.

Coesio&Partners da oltre 20 anni si occupa di consulenza direzionale, finanza aziendale e revisione, offrendo servizi avanzati alle piccole e medie imprese italiane, rafforzando il loro processo decisionale in ogni fase del loro ciclo di vita (crescita, maturità o crisi).
Per contattarci via email scrivi a: info@coesio.it